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La recensione di una recensione: Kae Tempest e la musica brutta come la morte

La maggior parte delle figure occupate nel mondo della musica deve avere spalle larghe. Ma se il lavoro del musicista viene d’abitudine recensito, chi si occupa di recensire il lavoro dei recensori?

Il secondo appuntamento delle Recensioni di una recensione [avete perso il primo episodio? Leggete Le fanfare e i rosari di Laura Agnusdei] si apre con un tributo a Emilio Isgrò, un artificio visivo per dimostrare una nuova manifestazione del Recensionismo, che da comportamento tipico dei social network si riversa ora anche sulla carta stampata, fondendosi alla pratica professionale delle recensioni musicali.


Ma che cos'è il Recensionismo?


Per farla breve, i recensionisti sono quelle persone che, lasciando i loro commenti nel web, fraintendono i contesti e mal comprendono i confini della libertà di espressione; attraverso il recensionismo, pareri squisitamente personali – che poco hanno a che vedere con una sana critica dell'oggetto in questione – si vestono di livore e aggettivi negativi, sfociando talvolta nella violenza verbale.


Il termine è stato coniato da Roberto Mercadini per indicare un nuovo comportamento sociale; se volete approfondirlo rimando al post di Federica Bortoluzzi "Recensionismo: come il commento è diventato una pratica malata".


Quando un critico musicale professionista diventa recensionista, la faccenda si fa grave: è questo il caso della recensione dell'ultimo album di Kae Tesmpest, apparso a firma di Stefano I. Bianchi nel numero di Blow Up di questo mese (aprile, 2022).


Come dimostra la tattica Isgrò qui adottata, sono davvero poche le parole dedicate alla musica di Tempest dall'autore della recensione: le riflessioni poco utili al fine della comprensione del nuovo album – e dunque i pareri squisitamente personali che poco hanno a che vedere con una sana critica dell'oggetto sono state rimosse dall'immagine qui sotto con una striscia gialla:


La recensione in oggetto dedica solo 21 righe per declamare l'"imbarazzante bruttezza" dell'opera musicale ed elencare i tre brani "più orridi" che "musicalmente fanno accapponare la pelle".


Secondo l'autore, Tempest userebbe "i dischi solo come veicolo per comunicare le sue idee", una pratica davvero terribile e inusuale – aggiungiamo noi, una gestione fuori luogo della comunicazione e dell'arte che nessun artista prima di Tempest ha mai operato nella della musica!


Che faccia tosta, Kae Tempest!

Ma come si permette!



Ma passiamo alla parte più grave. Il pensiero privato e personale del critico musicale si è riversato – questo sì, del tutto fuori luogo – tra le righe della recensione, trasformandola in un'opera di vero Recensionismo contemporaneo:



Le prime sei righe che inaugurano la recensione – dopo il titolo puerile, ma di aulica e sorrentiniana memoria – infilano, uno dopo l'altro, capitomboli rovinosi nell'ignoranza più sbalorditiva dimostrando un totale vuoto di conoscenza del mondo e del dibattito contemporaneo.


Nonostante le richieste di Tempest – che nel 2020 ha comunicato ufficialmente al pubblico i pronomi da impiegare per indicarne la neutralità di genere [articolo del Guardian qui] – l'Autore decide di riferirsi all'artista – per tutto l'articolo – declinando aggettivi e pronomi al femminile, una scelta assolutamente irrispettosa e arrogante.


Riferirsi al femminile a una persona che chiede che sia rispettata la sua identità è senz'ombra di dubbio un violento sopruso [sopruso: imporre ingiustamente la propria volontà sugli altri ledendone i legittimi diritti e interessi].


Tornando al recensionismo, l'autore approfitta dello spazio a sua disposizione per esprimere il suo disappunto e il suo astio in materia di teorie di genere.


Le "virgolette" su "genere non binario" sono la seconda picca dell'autore che utilizzando questa formattazione del testo ridicolizza con due colpi di tastiera le battaglie delle tante persone che vogliono vedere riconosciuto il giusto rispetto per la loro identità. Come dice il nostro fedelissimo dizionario Treccani:


"le virgolette si impiegano per mettere in evidenza una parola con un significato particolare, spesso figurato o ironico".

Il termine non binario non è un modo di dire: non ha bisogno di virgolette, è un neologismo entrato da tempo nel dizionario della lingua italiana [qui, ad esempio, la definizione del fedelissimo Treccani]. Aggiungere le virgolette manifesta, ancora una volta, lo squisito punto di vista dell'autore, qui chiamato a recensire un'opera musicale e non a esprimere il suo parere in materia di diritti civili o processi di inclusione.


Passiamo poi all'ideologia gender.

Chissà se l'Autore sa che sono i movimenti e i giornali di estrema destra a usare questa terminologia... Non esiste infatti alcuna ideologia di genere. A questo punto si apre un bivio che ci spinge a chiederci due cose: l'autore ha usato il binomio ideologia gender con leggerezza, perché lo ha sentito dire e dunque è uno sprovveduto del tutto avulso a questo dibattito – e non ha perciò alcuna autorevolezza per esprimere il suo punto di vista in una rivista? O forse è un conservatore e che intende mostrarci la sua fede politica, ancora una volta in un luogo poco opportuno?


[Per saperne di più, leggete l'articolo citato nell'immagine qui sopra "Che cos'è la teoria del gender" a cura di Giulia Siviero pubblicato nel Post il 16 aprile 2015].


Ci auguriamo di cuore che l'autore abbia semplicemente usato il binomio con scarsa consapevolezza, altrimenti dovremmo rilevare con un certo terrore che ormai il vocabolario dell'estremismo politico di destra si è insinuato con paurosa efficacia in quasi ogni luogo del vivere umano e della cultura.


Bisogna sempre fare attenzione, quando si scelgono le parole: capirne le origini, il senso.


Ma i veri e propri fuochi d'artificio si preparano a partire dalla seconda colonna, quando l'Autore afferma che Tempest:


"ha chiesto di indicare la sua persona con aggettivi asteriscati e pronomi al plurale, in modo da camuffare il più possibile la sua identità biologica".

Forse non serve ricordarlo all'autore, ma Tempest – e tutte le persone che non si riconoscono nel loro sesso biologico – non desidera camuffarsi, anzi: chiedendo di usare pronomi e aggettivi corretti, desidera manifestare al mondo una precisa identità per – finalmente – rivelarsi. Come del resto disse l'artista in una dichiarazione del 2020 ripresa dal Guardian:


I want to live with integrity. And this is a step towards that.

Riferendosi alla pratica di sollevare un dibattito intorno alle identità di genere attraverso l'uso di asterischi e schwa, l'autore parla poi dei "risvolti psicolinguistici tra il comico e il grottesco che tutto ciò inevitabilmente comporta".


Non ci sono parole per commentare quei comico e grottesco; se l'autore – come molte altre persone – per gusto personale e amore per la lingua italiana non intende usare asterischi e schwa per parlare di Tempest, avrebbe comunque potuto applicare le regole base della neutralità di genere che consentono, con un minimo di riflessione, la generazione di uno scorrevole ed educato scritto in corretta lingua italiana.


Non servono infatti asterischi o schwa per formulare frasi rispettose dell'identità di genere delle persone. Un esempio di come, con poco sforzo, l'autore avrebbe potuto risolvere le prime righe della sua recensione:


"Artista che si occupa di poesia, drammaturgia, attivismo per i diritti civili, e rapper, nel 2020 Kae Tempest ha affermato di non appartenere al genere binario".

Nella recensione a cura di Stefano Bianchi si legge solo ignoranza e livore. La grande bruttezza sta nella pochezza di pensiero di questa persona che ha scambiato il suo giornale per il bar del paese.


Affermare cose che suonano come: "inutile che ti nascondi, tanto la tua voce è da femmina adolescente" non è solo ridicolo e irrispettoso. È disgustosamente violento.


Affermare che Kae usa i dischi solo per parlare delle sue turbe psicologiche e sessuali, come se fosse solo Tempest ha usare la musica per parlare di sé, è negare la finalità della maggior parte della musica scritta.


Quale artista non parla di sé nei suoi dischi?


E più grave ancora: riferirsi a una persona non binaria come a una persona con turbe psicologiche, questo sì, è un discorso discriminatorio che ricorda tanto i manuali di psicologia degli anni Venti.



Aspettiamo tutti, uomini e donne dalle identità di genere più disparate, che l'autore chieda pubblicamente scusa all'artista e a tutte le persone che ha insultato con la sua ignoranza.